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LA VOLPE DEL DESERTO

A

 

vevo ormai dodici anni.
Portavo i calzoni corti solo con la divisa da boy scout. La mia collezione di mezzo migliaio di tappi non aumentava quasi più, perché mi vergognavo troppo di essere visto mentre li raccoglievo da terra, così non battei quasi ciglio quando mia mamma decise che era tempo di buttarli.
- E' ora che tu pensi a cosa fare da grande, non credi? -
Certo, credevo.
O almeno così dissi, mentre vedevo i protagonisti dei miei giochi sportivi da tavolo affrontare la loro ultima gara: volo nella pattumiera!

Negli anni successivi ero impegnato (senza troppo impegno) a progettare il mio futuro, ma ero comunque sempre tentato di raccogliere un tappo, se lo vedevo ammiccare dal bordo del marciapiede.

Tempo dopo ritrovai un vecchio e malandato superstite, che, per sfuggire alla strage, si era rifugiato, non si sa come, nella scatola del Piccolo Chimico ; decisi di salvarlo, anche se le sue condizioni erano disperate.


Verso la fine degli anni sessanta, dopo aver attraversato l'onda della protesta esistenziale, decisi che non mi sarei più fatto condizionare dalla reazionaria opinione dei benpensanti, e ricominciai la mia collezione alla faccia del mondo.
Fu così che riuscii a convincere i miei zii a portarmi dei tappi dal viaggio in Africa che stavano per intraprendere, e dopo un mesetto avevo i miei primi reperti di quel continente.
Quello che accese maggiormente il mio entusiasmo fu un grazioso tappo algerino che raffigurava un leone stilizzato.
Avevo deciso: avrei fatto l'inviato del National Geographic Magazine!
Avrei così potuto vivere in prima persona le meraviglie del mondo e renderne partecipe chiunque amasse la natura; nel frattempo il mio stock di tappi sarebbe diventato straordinariamente universale.
Troppo spesso, però, è la vita a decidere che vita farai, ed il mio nome è sempre rimasto sconosciuto al National Geographic …
Non se ne pentiranno mai abbastanza!
NEANCHE IO, SE È PER QUESTO!!!

Ma, in fondo, il mio lavoro mi ha permesso di visitare ugualmente un po' di mondo, e anche l'Algeria ha potuto conoscere la suola delle mie scarpe.
Per quattro mesi ho potuto attraversare le dune del Sahara in Land Rover, o a piedi con i miei strumenti sulle spalle, frastornato dall'immensità delle sue distese di sabbia rossa, letteralmente sperduto tra gli orizzonti tutti uguali che mi circondavano.
Affrontavo il suo clima volubile ed estremo, all'alba avvolto in abiti polari, per poi liberarmi gradualmente dei miei petali, come la proverbiale cipolla.
Quando i miei occhi non erano impegnati con il cannocchiale dello strumento cercavano spesso nella sabbia, nella speranza, vana, di salvare dal suo torrido destino qualche tappo sperduto; magari il Ghibli, terribile vento che sposta le dune, avrebbe portato alla luce un reperto coronato sepolto da decenni…
In effetti qualcosa saltò fuori presso Hassi Messaud, zona di pozzi petroliferi brulicante di assetati lavoratori, anche se i tappi portavano i segni implacabili del sole, del tempo e della sabbia.

Quando poi, alla sera, rientravo in albergo a Touggourt, ritrovavo il rassicurante fervore del vociare più o meno comprensibile della gente, la giovane cognata del gestore con il suo smagliante sorriso, e tante fresche bevande che aspettavano solo di essere aperte!

Sul balcone della mia camera un grazioso fennec ferito ad una zampa mi attendeva festante e convalescente per ricevere la sua razione di carne quotidiana e qualche carezza non troppo gradita.

Anche questo paese ha segnato indelebilmente l'album dei miei ricordi, con esperienze fuori dall'ordinario.
Dovevamo rilevare una fascia di deserto lunga circa 80 chilometri per lo studio del tracciato di una ferrovia che, a quanto mi risulta, non venne poi realizzata.
Un giorno, nel tentativo di rientrare dal deserto verso l'hotel, l'autista algerino, insistentemente sollecitato dal caposquadra ad andare più verso destra, girò in cerchio per ore, fino a che non capimmo più da che parte era la strada asfaltata.
La salvezza arrivò con la comparsa di un angelo custode travestito da pastore, che ci indicò la direzione della strada; con il sole ormai quasi tramontato le ruote toccarono l'asfalto in un punto lontano dall'albergo venticinque chilometri in più.
Ma la nostra fede nella provvidenza quella sera toccò vertici altissimi!
Indimenticabile, ma per ben diversi motivi, resta anche l'incontro con i primi, tenerissimi tentativi di un neonato dromedario di rizzarsi sulle lunghe zampe incerte, ancora umide del parto.
Anche la collezione è ricca di ricordi concreti di quel periodo e di quello sterminato paese, ma ogni volta che riguardo un tappo raccolto in Algeria rivedo il volto malinconico e fiero dei bambini che posavano curiosi di fronte alla mia fotocamera.
Giocavano con semplici oggetti della vita di tutti i giorni, a volte li ricavavano dal fango, ma i loro erano gli sguardi felici di chi dispone di tutto ciò di cui ha bisogno.
Mi venne voglia di insegnar loro a giocare con i tappi, ma decisi che era meglio non alimentare la concorrenza …
Di certo non immaginavano che sarebbero divenuti icone dei miei ricordi più emozionanti, tra le brevi pagine di un “ C'era una volta un tappo … ”.
A fine missione tornai in Italia in attesa di una nuova destinazione.
Si parlava di Colombia, Argentina, addirittura Isole Fiji …
Invece sarei tornato in Africa, a conoscere i riti ancestrali della Nigeria nell'umida e caotica Lagos.

 

Lorenzo


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