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L'ORO NERO DI

EXKANDARIYA

E

 

ra il primo vero volo su cui mi imbarcavo, e la mèta era quella che, con esito altalenante, avevo sempre perseguito in quegli anni: la ricerca di emozioni. Non era importante dove, come o perché: ero seduto nel cielo delle mie fantasie, lanciato verso un'avventura che nel salire su quell'aereo era realmente iniziata, ma che ho poi continuato a disegnare con gli infiniti colori dell'immaginazione nella mia mente.

La nuda realtà, invece, era che, nei primi anni '70, la crisi tra Egitto e Israele aveva portato alla chiusura del canale di Suez, con gravissime ripercussioni sul traffico delle superpetroliere che trasportavano il greggio ai paesi del Mediterraneo. Per porre rimedio a questa calamità fu progettato un oleodotto che dal mar Rosso, attraverso più di 300 chilometri, avrebbe pompato il prezioso liquido fino al “Mare Nostrum”.

Alle porte di Alessandria vennero costruiti enormi serbatoi in cui accumularlo; da lì, attraverso una tubazione sottomarina, arrivava fino alle gigantesche navi ancorate al largo; la mia avventura egiziana avrebbe avuto svolgimento proprio in quel cantiere, tra sabbie salmastre di un accecante colore bianco, sotto i raggi di un sole impietoso, ma con l'entusiasmo di affrontare la mia prima grande esperienza professionale.

Ad Agamy (località turistica ad una ventina di chilometri a ovest della città) era stato risistemato un vecchio albergo in cui fummo alloggiati: si affacciava su un arenile che, da maggio a ottobre, si riempiva di rumorosi e coreografici bagnanti che lasciavano la caotica metropoli per venire a ricreare una caotica atmosfera festaiola su quelle spiagge.

La natura della gente d'Egitto è di una vitalità dirompente ed estremamente contagiosa: dopo qualche giorno di infastidito adattamento mi sentii coinvolto da quella gioia di vivere ogni attimo, in allegria. Oltretutto i bagnanti, andando via, lasciavano sulla sabbia le tracce del loro passaggio, cosicché io avevo la possibilità trasformarmi in operatore ecologico e ripulire il posto dai tappi di bottiglia che lo costellavano.

Purtroppo il gestore dell'albergo era nuovo del mestiere, attirato solo dalla possibilità di arricchirsi alle spalle della nostra ditta, che ci aveva affidati alle sue “cure”, e le condizioni igieniche lasciavano molto a desiderare: dietro alla testiera del mio letto abitava una famiglia numerosa di “barambara”, enormi, ripugnanti scarafaggi volanti di colore marrone che malvolentieri si adattarono alla mia presenza; del resto, se per gli anrichi egizi lo scarabeo era simbolo di fortuna, questi insetti dovevano essere un omaggio di benvenuto...

All'alba e al tramonto, sulla spiaggia antistante, orde di cani randagi erano soliti completare l'opera di pulizia che io avevo iniziato, ed il loro aspetto famelico era tutt'altro che rassicurante. Così, una volta al mese, soldati a cavallo passavano, armati di fucili, a ripulire la zona dai voraci animali, ma il risultato era che le innumerevoli pulci che ne abitavano il pelo migravano fin nelle camere alla ricerca di nuovi ospiti. Ma non tutto il male viene per nuocere, dicono i saggi: all'abbondante uso di insetticidi che ne conseguiva io devo il ritrovamento di uno storico (per noi) tappo che sigillava una bottiglia di DDT.

Ma la sorpresa più bella fu la scoperta della città di Alessandria: estesa per decine di chilometri lungo la costa, larghe strade che si intersecavano con veri e propri budelli; macchine nuove e carcasse viaggianti le percorrevano zigzagando e strombazzando tra carretti trainati da asini; gli autobus circolavano senza passeggeri al centro, ma con grappoli di persone appesi gli uni sugli altri agli ingressi, pronti a saltar giù, una volta a destinazione, senza che l'autista avesse la necessità di arrestare la sua corsa, e risparmiando così l'intero prezzo del biglietto.

La città portava ancora le ferite della guerra che si era appena lasciata alle spalle: muri eretti a protezione dei portoni delle case, qualche postazione difensiva dotata di mitragliatrici e soldati in assetto di guerra, il transito di mezzi militari, qualche posto di blocco, ma tutto ciò non riusciva comunque a soffocare l'allegria che si respirava ovunque.

La vitalità della gente, qui, si esprimeva in un continuo brulichio sui marciapiedi e per le strade, specialmente la sera fino a notte fonda, e, tra bellissimi edifici dagli stili più svariati, si trovavano bancarelle multicolori a perdita d'occhio.

Già, appunto, proprio le bancarelle furono la meravigliosa scoperta: vi si vendeva qualsiasi cosa, anche le più… invendibili, dalle macchine fotografiche alle medicine, dal cibo alle scarpe, ma, soprattutto, bottiglie!

La grande importanza commerciale del suo porto faceva affluire nei mercatini merci da tutto il mondo, e fu proprio girando tra quei banchi che trovai birre e bibite di Nazioni lontanissime e piccoli Stati i cui tappi non avrei mai pensato di poter un giorno possedere!

Il luogo divenne immediatamente una meta fissa nelle mie serate di libera uscita, ed ogni volta tornavo con qualcosa di nuovo: spesso si trattava di confezioni da sei birre, e, naturalmente, dopo averle consumate, tenevo solo il tappo meglio conservato e buttavo i suoi eguali, ignaro di quanti collezionisti avrei scontentato in futuro… Ma in fondo adesso ho qualche pezzo unico che mi consola dei molti scambi perduti!

Naturalmente le mie scorribande in città non erano solo mirate ad incrementare la collezione: le bellezze locali, con quegli sguardi esotici, avevano fin dal primo istante attirato la mia attenzione, e finalmente, dopo mesi di inutili tentativi, alla fine del Ramadan, riuscii a conoscere qualche bella studentessa con cui andare in giro, pur tra mille sotterfugi.

Era il mese di ottobre. L'Egitto mi piaceva sempre di più, ed ero ormai profondamente integrato in piacevolissimi intrighi, a cena negli ottimi ristoranti di Abukir (in quella baia Orazio Nelson amava navigare con il suo yacht…), in compagnia di belle ragazze, o in giro per il paese a scoprirne le meraviglie.

Troppo bello per essere vero: infatti, agli inizi di novembre, mi fu comunicato che stavo per essere trasferito in un altro cantiere… la delusione iniziale pian piano sfumò in elettrizzanti pensieri sul nuovo angolo di mondo, che stava per mostrarmi i suoi tappi da “mille e una notte”.

-Addio, adorate fanciulle, purtroppo la mia opera resterà incompiuta, ma l'Iran mi aspetta!-

Lorenzo


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